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Rybakina nuova regina, il ritorno di Zheng, il look di Osaka: cosa resterà dello US Open femminile

Elena Rybakina conclude lo US Open da regina del torneo e del ranking WTA. Ma negli Slam non sempre è l’ultimo fotogramma quello che ti porti negli occhi e nel cuore. Ecco cosa resta dell'ultimo Slam della stagione al femminile

| 13 settembre 2026

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La coppa la alza Elena Rybakina e conferma che la numero 1 del mondo, cioè lei da domattina, non è solo calcolo ma verdetto del campo. La sfrontata Sabalenka non solo ha perso il titolo che aveva conquistato nelle ultime due edizioni degli Us Open ma perde anche il trono dopo 99 settimane di regno incontrastato. Tutte le favole finiscono. Quella tra la algida, triste e dolcissima Elena e la watussa con la tigre sul braccio Aryna è destinata invece a continuare. Una rivalità anche nel body language che piacerà agli appassionati.

Ma negli Slam non sempre è l’ultimo fotogramma quello che ti porti negli occhi e nel cuore. Gli Us Open poi sono l’ultimo “atto” di stagione dei quattro major, se ne riparla a gennaio down- under. E insomma sì, nostalgia, nostalgia canaglia che ti prende quando non vuoi, quando domani chiude il sipario sull’Arthur Ashe è già tempo di ricordi. Che serve fissare con le parole oltre che con le immagini, metterle in fila prima che siano coperte dal rumore delle premiazioni.

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Il torneo del 2026 ha già consegnato agli archivi un catalogo di meraviglie e di congedi (specie nel maschile come vedremo in un successivo articolo) che nessun trofeo alzato potrà ridimensionare. La più incredibile porta il nome di Qinwen Zheng. A luglio 2025 la campionessa olimpica di Parigi (2024) finiva sotto i ferri per un intervento al gomito destro e da numero 4 del mondo è scivolata al numero 121 del ranking. L’organizzazione dello Slam americano non ha ritenuto opportuno offrire una wild card a questa ragazza di appena 23 anni che sa esprimere un livello di gioco molto alto.

Non vogliamo pensare che la geopolitica e gli attuali rapporto tra Washington e Pechino abbiano pesato su questa scelta, nessuno mai lo dirà ma ci sono argomenti, anche nel tennis, indicibili. Fatto è che Zheng ha giocato le qualificazioni, ha conquistato il tabellone principale e ha riscritto le leggi della rimonta. “Il tennis ti insegna soprattutto che finchè sei campo ci devi credere sempre” ha detto la china girl.

Tre turni di quali, bene i primi due nel main draw. Al terzo si trova contro la beniamina di casa Madison Keys: perde il primo set 6-1, nel secondo si ritrova sotto 5-0. Partita finita, doccia pronta, accontentiamoci di un buon terzo turno slam. Macché: Zheng annulla Al terzo turno perde 6-1 il primo set da Madison Keys, annulla un match point e poi vince 7 game consecutivi (7-6). Il terzo è una battaglia che la cinese vince 7-5.

Sembra un caso irripetibile, un cortocircuito della logica. Due giorni dopo, contro Iga Swiatek, dopo 23 minuti Zheng è di nuovo sotto 5-0. E di nuovo infila 7 game di fila, annulla 3 set point, chiude il primo set 7-5 e la partita 6-3, diventando la prima qualificata a battere Swiatek in uno slam e la prima nei quarti a New York da Emma Raducanu nel 2021.

'Queenwen' è tornata

'Queenwen' è tornata

 In conferenza stampa regala la frase del torneo: Rimontare da 0-5 non è fortuna, è tutto quello che posso dire”.  La corsa di Qinwen si ferma nei quarti contro Elena Rybakina (3-6/6-1/6-4) che poi ha vinto il titolo. Anche quella sconfitta produce storia: con la vittoria la kazaka si prende il numero 1 del mondo, chiudendo il regno di Aryna Sabalenka dopo 99 settimane.

Sorana Cirstea in azione (foto Getty Images)

Sorana Cirstea in azione (foto Getty Images)

Un’altra giocatrice merita il cameo in questi Us Open. Si chiama Sorana Cirstea appartiene alla stessa famiglia di irriducibili, con un finale ancora aperto. A 36 anni, nella stagione annunciata come l'ultima, gioca al best ranking della carriera, numero 17, dopo essere diventata a maggio la più anziana debuttante nella top 20 della storia WTA.

A New York batte per la prima volta in 4 tentativi Jasmine Paolini (6-3 6-2), torna agli ottavi e si arrende con onore a Jessica Pegula, 6-3 6-4. Sta avendo, parole sue, “il tempo più bello della mia vita”.

Le sue ultime dichiarazioni lasciano intendere un possibile ripensamento sul ritiro. Il tennis sa essere una calamita. Specie se, come ha detto lei, “finalmente ho smesso di pensare e riesco a giocare libera il mio tennis”. Materiale per coach e mental coach.

In generale resta sui taccuini di questo ultimo Slam di stagione la “costanza” delle giocatrici in confronto, invece, ad una maggiore ed inconsueta volatilità maschile. “L’ordine delle donne, il disordine degli uomini” titolava l’altro giorno la rubrica (su Repubblica.it) Monday’s net dagli Us Open: “Per la prima volta dal 1975 le prime quattro teste di serie del tabellone femminile si ritrovano tutte in semifinale agli Us Open”. Sabalenka vs Pegula, Gauff vs Rybakina. Sappiamo com’è andata a finire.

Ora tutto questo ci può e ci deve far ben sperare rispetto ad una brutta notizia che ha segnato, in negativo, questo ultimo Slam di stagione. Un’inchiesta del quotidiano inglese The Telegraph ha lanciato l’allarme, circa una settimana fa, delle difficoltà di cassa della Wta, la Woman tennis Association, nata ormai 53 anni fa dopo una lotta leggendaria delle Original Nines guidate da Billie Jean King e Rosie Casals. Gli allarmi servono a trovare soluzioni.

Il resto è un mosaico di lampi. Venus Williams che a 46 anni torna nel singolare, la più anziana dal 1981 di Renée Richards, e comincia contro Sofia Kenin alle 00 e 13, l’inizio più tardivo nella storia del torneo.

Venus e Serena di nuovo in campo insieme nel doppio e l’Arthur Ashe pieno come non mai.

Coco Gauff che annulla 2 match point nel tie-break del secondo set alla diciannovenne Mirra Andreeva e vince 2-6 7-6 6-2, completando un quadro che non si vedeva da mezzo secolo: le prime 4 teste di serie tutte in semifinale, come nel 1975 di Chris Evert e Martina Navratilova.

Restano le polemiche per le “mise” di Naomi Osaka: per qualcuno una testimonianza di women power e di partecipazione sociale - i vistosi abiti che indossa la giocatrice giapponese quando entra in campo evocano sempre battaglie per i diritti, l’ambiente, le donne, le minoranze - che arricchisce lo stage del tennis femminile facendo parlare di altro oltre che di colpi giocati e stress mentali; per altri quegli abiti sono una mancanza di rispetto e un’arma di distrazione di massa.

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Non sono mancate, anche quest’anno, le polemiche per la puzza di cibo e di sigarette di erba, il caos e la musica. Ciascuno ha il proprio Slam, non tutti devono amare la sacralità di Wimbledon. Polemiche anche per le influencer: sono state più di cento le giovani testimonial a pagamento in cerca di moda, stile e giocatori, accreditate al torneo e questo ha creato non poco scompiglio. Wimbledon, per esempio, le aveva rifiutate. Gli Us Open dell’era Trump hanno aperto loro le porte.

E’ tempo di chiudere il bloc notes. Il circuito si sposta in Cina, poi la Billie Jean King Cup e le Finals. La magia degli Slam resta sospesa e rinviata al 2027. Appuntamento Down Under.

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