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Ritorno con vittoria in un major dopo il doloroso quarto di finale con Djokovic: “Ho vissuto male quel momento e ho chiesto poco aiuto alle persone intorno a me. Questo mi ha portato un po’ giù”
F.P. da New York | 02 settembre 2026
Ci sono cronisti di tutte le nazionalità nella sala conferenze numero 2 del BJK National Tennis Center. C’è attesa e curiosità per ascoltare le sensazioni di Lorenzo Musetti dopo il primo turno degli US Open 2026. Si tratta del suo ritorno in campo a livello Slam dopo il ‘drammatico’ epilogo della partita con Djokovic a Melbourne. “Era la prima partita dagli Australian Open – ha spiegato - , sono quindi molto contento della prestazione, solida, contro un avversario in grande forma”.
Poco più di due ore, e tre set alla favola di Wimbledon Arthur Fery: “La strategia era cercare di avere una traiettoria della palla più alta e usare le variazioni del mio gioco – ha spiegato il carrarino -. Penso che lui sia un giocatore che, anche per i risultati che ha ottenuto, ama giocare a questa altezza di palla, per questo sull’erba probabilmente esprime il suo miglior tennis. Oggi la mia strategia ha funzionato piuttosto bene, anche se non ho sentito di avere il mio miglior livello”.
Dal rientro sui campi di Washington, Musetti ha disputato due quarti di finale e ha perso solamente da giocatori in grande forma: “Devo dire la verità, non pensavo di rientrare e di sentirmi così bene sin da subito. Ho perso due volte con Jodar, che ha giocato bene in questa trasferta americana, e con Tiafoe è stata una partita lottata e aperta. A Cincinnati, un torneo nel quale non sono mai riuscito a esprimermi, credo di aver giocato davvero bene”.
Per Musetti, quelli post Melbourne, sono stati mesi complicati: “C'è voluta molta pazienza nella gestione degli infortuni in questi mesi. Per me è stato un po’ frustrante ripartire e poi infortunarmi di nuovo, ripartire e fermarmi ancora – racconta - . Ho passato molto tempo a riflettere su quale fosse il problema, non è stato facile individuare una causa precisa. A volte serve tempo, soprattutto per individuare i dettagli del proprio corpo. Sono molto felice di essere tornato fisicamente sano e di essere a un buon livello anche dal punto di vista tennistico”.
Gli Australian Open dello scorso gennaio sono ancora una ferita aperta e dolorosa per il tennista azzurro: “Melbourne è stato forse l’apice del mio livello – spiega - , specialmente nel match con Nole e anche negli ottavi con Fritz. Venivo da sei mesi di fiducia, mi sentivo molto maturo in campo, avevo ben chiaro quello che dovevo fare e riuscivo a metterlo bene in pratica. Se devo fare un paragone tra il livello di oggi e quello che avevo in Australia, sento che mi manca ancora qualcosa; ci sono momenti chiave in un match in cui una scelta giusta, interpretata nel modo giusto, cambia la partita. In Australia sentivo di avere io il coltello dalla parte del manico: secondo me questa è la differenza più grande. Essere stato 76 giorni senza giocare una partita non riguarda tanto il sentire la palla, quanto le emozioni e le sensazioni che puoi replicare soltanto in partita. Puoi giocare tutti i match di allenamento che vuoi, ma nessuna emozione o sensazione può replicare quello che si prova in una partita vera, in un momento di tensione”.
“Quello che è accaduto lì è stato un infortunio non tanto fisico, ma mentale – aggiunge - . O meglio, io l’ho vissuto così. Anche gli altri infortuni sono stati in parte una conseguenza dello stress portato da un episodio molto traumatico per me, che mi ha fatto cambiare e affrontare le cose in modo diverso. E questo mentre stavo seguendo un percorso che stava dando molti frutti. È stato molto emotivo per come è avvenuto; non dico che fosse l’occasione della vita, ma era l’occasione per confermare l’ottimo momento, era una riconferma dei miei sacrifici. Inoltre, in quella partita mi giocavo il terzo posto; sarebbe stato un altro best ranking, che porta fiducia su fiducia. Ho vissuto male quel momento, e sono stato anche poco capace di farmi aiutare. Ho chiesto poco aiuto alle persone intorno a me e questo mi ha portato un po’ giù. Però dagli errori si impara: siamo qui apposta per rifarci e per tornare a vivere quelle situazioni”.
US Open, Lorenzo Musetti e Roger Federer allo US Open (Foto USTA)
Il suo allenamento di inizio torneo con Roger Federer ha riportato di attualità la questione ‘rovescio a una mano si, rovescio a una mano no’: “Ho due risposte – ha spiegato - ; dal punto di vista estetico assolutamente sì: lo allenerei e mi piacerebbe che mio figlio, oppure un giocatore che in futuro potrei allenare, avesse il rovescio a una mano. Dal punto di vista dell’efficienza, invece, penso che il rovescio a due mani sia più vantaggioso, soprattutto oggi, con tutta la velocità del gioco. C’è poi la facilità di coprire il campo sul lato sinistro con una migliore estensione del braccio e per riuscire a gestire la risposta. Con il rovescio a una mano è molto difficile giocare in open stance e hai sicuramente meno potenza. L’unico vero vantaggio, che penso di avere anche io, è la varietà che possiamo usare. Siamo più flessibili sotto questo aspetto e possiamo creare qualche difficoltà. Però è opinione generale che il rovescio a due mani sia un vantaggio rispetto a quello a una mano. Io continuerò naturalmente con il rovescio a una mano, credo sia troppo tardi per cambiare".