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L'ex numero uno del mondo battuto all'esordio per la prima volta in uno Slam dall'Australian Open 2006
di Alessandro Mastroluca | 31 agosto 2026
Novak Djokovic, il campione più anziano dello US Open, è già fuori dal torneo. Battuto per la prima volta al primo turno nello Slam in cui ha giocato più finali di chiunque altro in singolare maschile.
Non perdeva all'esordio in uno Slam dall'Australian Open 2006 contro Paul Goldstein, dal 2014 coach della squadra di tennis maschile della Stanford University. Tradito alla distanza dal suo stesso fisico, Novak Djokovic si arrende al tempo e a Mariano Navone, 76(5) 57 46 62 61 dopo essere stato avanti 2-1 e servizio nel quarto set.
Prima d'ora, Navone aveva vinto una sola partita allo US Open: contro Daniel Altmaier, allora numero 89, nel 2024. Ne aveva vinta solo una anche contro Top 10, il canadese Felix Auger-Aliassime, quest'anno agli Internazionali BNL d'Italia. La seconda volta è di sicuro molto più bella della prima.
Dopo quattro ore e 36, mette la firma sul successo più importante della sua carriera. Diventa il secondo argentino a battere Djokovic in uno Slam dopo Guillermo Coria al Roland Garros 2005. E chiude la porta sulla stagione Slam 2026 del più titolato campione major.
Per i primi cinque game, il match segue quanto la logica suggerirebbe: un Djokovic brillante, apparentemente in controllo, che va subito avanti di un break. Navone paga anche l'emozione di giocare con il suo idolo, il giocatore con cui da piccolo immaginava di giocare infinite partite.
Il sogno però gradualmente cambia colore, assume concretezza. Quella partita sognata si squaderna sul campo da tennis più grande del mondo, l'Arthur Ashe Stadium di New York. Djokovic è sempre più vistosamente fermo, stanco. Soffre di una sudorazione eccessiva, che si placa dopo l'ingresso del medico e l'assunzione di un farmaco. Come contro Tirante, altro argentino, a Cincinnati, Djokovic si trascina per il campo con l'aria di chi cerca aria, di chi non respira come se dovesse vomitare di lì a poco: come in una pièce teatrale scritta secondo le regole dei manuali, prima dell'ultimo atto lo farà.
Con il rovescio è ancora capace di angoli inimmaginabili per altri, ma il suo diritto è corto e impreciso, i colpi non fanno male. Il pubblico resta silenzioso, quasi incredulo, di fronte a questo Nole in versione iguana che non spreca una goccia di energia più del necessario. Navone col totem della sua infanzia di fronte, a misura di braccia, a distanza di offesa, recupera il mini-break ma non lo stacca.
Serve poche prime, meno del 50% nel primo set, ma anche i suoi colpi restano spesso corti, frenati, trattenuti. Al tie-break va due volte avanti di un mini-break e due volte perde il vantaggio. Non la terza. Djokovic come un bandolero stanco arretra e mette in rete un diritto non dei suoi, poi a fine set cambia racchetta. "Ora come ora, non ho più energie", dice rivolto verso il suo team.
Al team rivolge poi uno sfogo all'inizio del secondo, cercando quella scintilla che possa riaccenderlo. Sembra funzionare, perché si procura due palle break consecutive nel terzo game ma non le sfrutta. Dopo un'ora e mezza è sotto 76 21.
Nole offre, comunque, una versione di sé diversa da quella vista nel primo parziale, più in technicolor a dispetto del completo scuro. Al contrario Navone, di giallo vestito, finisce per ingrigirsi nella ricerca del palleggio conservativo, più attento a non sbagliare che a provare a prendersi il centro della scena.
Ma giocare per non perdere è spesso il modo migliore proprio per perdere. Ed è quello che succede all'argentino, che cede il servizio nell'ultimo turno di battuta del parziale. Dopo due ore e 11 minuti di gioco sfiancante, è di nuovo tutto in equilibrio.
Novak Djokovic allo US Open (Foto USTA)
Quel che il punteggio lascia solo intuire è che Djokovic non è mai stato dentro la partita come in questo momento. Lo sente il pubblico, che partecipa. Lo sente anche Navone, che deve faticare per costruirsi ogni punto.
Lo sente, ovviamente, Nole che da lupo abituato a fiutare ogni cambio d'umore degli avversari, conoscitore di ogni centimetro di campo, soffoca l'argentino mettendogli spesso addosso il peso che nessuno vorrebbe in un momento così: quello di dover pensare, di doverlo fare per tanti colpi, per tanti punti. Navone questo peso non lo regge. Il primo segnale di resa è il diritto a metà rete dal centro che offre al serbo il break del 5-4 e l'opportunità di servire per portarsi a un set dal secondo turno.
Insospettabilmente impreciso nel momento in cui il cuore rallenta e la testa cammina, Djokovic manca i primi due set point. Inaspettatamente rinvigorito, Navone vince uno degli scambi più belli della partita e si guadagna la possibilità di cambiare completamente scenario. Djokovic chiude quella porta con un diritto che "fa sbam" (come direbbero gli amanti dei fumetti o i nostalgici gli 883). L'ultimo di Navone, invece, è di quelli che tutte le speranze porta via. O almeno così pare.
Novak Djokovic chiede l'incitamento dei tifosi (Getty Images)
Dopo il break nel terzo game (2-1) che parrebbe portarlo sul rettilineo del traguardo, Djokovic sbanda, s'annebbia. Più volte si piega, si allunga, insegue un soffio di fiato. Vomita dietro un cartellone pubblicitario, si avvolge in un asciugamano ripieno di ghiaccio ad ogni cambio campo. Ma i benefici in una serata calda ma soprattutto umida non si palesano. Il suo tennis si sgonfia, e non vince più un game. Navone coglie l'occasione, ne vince cinque di fila e rimanda tutto al quinto set.
Prima di iniziarlo Djokovic chiede l'assistenza medica e si massaggiare a lungo la parte bassa della schiena. Lo gioca per onor di firma, per rimandare una sconfitta apparsa, negli ultimi due set, inevitabile. Navone completa la sua prima vittoria al quinto set, poi si concede a un abbraccio lungo, a fine partita, con il suo idolo. Un campione rimasto in campo per non rassegnarsi all'anagrafe e alla sua verità, lontana quanto mai dall'immagine che Nole conserva ancora di se stesso. Per non sentirsi in un attimo vecchio. Forse per non mostrare ai figli un padre che abbandona prima di aver dato tutto. Proprio tutto. Un messaggio che suona come un'eredità da lasciare a chi verrà.