Chiudi
La straordinaria, equilibratissima partita degli US Open riabbraccia un ottimo Carlitos e lancia lo statunitense che, alla potenza, ha unisce ora un repertorio più completo e un’attitudine giusta, nel segno del grande lavoro
Vincenzo Martucci | 09 settembre 2026
Intanto, grazie. Anche per la risposta indiretta ma ugualmente eclatante e perentoria al nuovo boss degli Australian Open che apre all’ipotesi dei tre set anche negli Slam. Grazie, sia al vincitore che al vinto, dopo i favolosi 5 set dei quarti degli US Open, Alcaraz-Shelton, che, ai nostri occhi da europei, hanno avuto come unico difetto quello dell’orario, dall’alba alle 9.33 del mattino nostre, le 3.33 della notte della Grande Mela, record di match più tardo di sempre, peggio ancora delle 2.50 di due anni fa Sinner-Alcaraz.
Grazie al tennis potente e vario che entrambe hanno espresso, grazie alla componente fisica fra due begli atleti e all’indispensabile surplus di orgoglio e di carattere, e grazie al pathos, allo spettacolo, all’equilibrio e alla straordinaria cornice di pubblico dello stadio più grande del tennis, l’Arthur Ashe capace di 23.771 spettatori.
Grazie a Ben Shelton che, al servizio con punte a 225 all’ora, e al portentoso dritto mancino naturale, ha aggiunto, nel tempo, col duro lavoro, un solido rovescio e tenuta atletica, ma soprattutto mentale. Cancellando le esternazioni giovanili che d’acchito, affacciandosi sul Tour, gli sono costate una pubblica tirata d’orecchie da parte di Novak Djokovic.
Quest’attitudine ha consentito al 23 enne, che reincarna l’indole aggressiva di Jimmy Connors esaltando lo spirito yankee ma lo fa in modo corretto secondo i dettami appresi al college, di reagire al primo, equilibratissimo, tie-break perso contro il campione uscente.
Invece di spegnersi, com’era prevedibile e come gli sarebbe accaduto un anno fa, il figlio di coach Bryan che, da giocatore, aveva tirato lui le orecchie a Jimmy il fenomeno (sempre Connors), s’è acceso. Il risultato è stato clamoroso: ha inflitto a Carlitos un parziale di nove games a zero che lo spagnolo forse non aveva accusato mai, strappando un incredibile 6-1 6-3. E, malgrado l’umanissimo e comprensibile calo di attenzione e fisico, che gli ha fatto cedere il quarto set, non è uscito dal match nel quinto e decisivo parziale, fino ad essere premiato da una vittoria importantissima, indimenticabile e molto probabilmente decisiva nella sua carriera e magari nel tennis tutto. Facendo un ulteriore balzo in avanti nella evoluzione da ottimo giocatore a campione.
Grazie a Carlos Alcaraz che, per quanto si possa essere allenato, non giocava una partita sul Tour da cinque mesi e non fronteggiava l’urto di un bulldozer contro il polso destro ferito dalla tendinite. Così, va a folate, sia pur vibranti e imparabili, sciorinando il repertorio più completo del tennis, che eccita anche gli animi più patriottici della folla più oltranzista di New York, con una reattività da gatto impressionante almeno quanto la facilità di colpi. E, anche se deve accusare lapsus psicofisici eclatanti, anche se, stremato, vomita l’anima nello asciugamani a un cambio campo, è bravissimo nel recuperare subito l’assetto e ricominciare il martellamento da fondo di Shelton, e costringerlo a fare il tergicristallo da destra (sul rovescio) a sinistra, e poi ancora e ancora. Così, fino al 6-6 e quindi al super tie-break decisivo. Che, nel terribile gioco inventato dal diavolo, premia per forza l’uno, ma esalta anche l’altro, in un dualismo foriero di tante belle notizie.
Perché il testa a testa Sinner-Alcaraz, che tanto aspettava il terzo incomodo, trovandolo solo parzialmente in qualche ultimo sprazzo del vecchio Djokovic e dell’ex erede designato dei Fab 3, Zverev, ha forse trovato proprio in Bum Bum Ben l’uomo giusto. Che non solo ha battuto il primo top 3 della carriera, ma ha battuto soprattutto quei diavoletti pigri che aveva nella testa, nelle gambe e nel braccio d’oro.