In Kuwait la prima finale da professionista di Rocco Piatti, sotto gli occhi di papà Riccardo. A 21 anni ha concluso l’università e ora si dedicherà ancora di più al circuito Itf. “Questo torneo – dice – mi ha insegnato tanto. E la presenza di papà ha fatto la differenza. Un Slam da coach? Se lo meriterebbe”
12 febbraio 2026
Di immagini di Rocco Piatti nei tornei di tennis ce ne sono a sufficienza da riempire un album dei ricordi: armato di racchettina sui campi del Roland Garros con Ivan Ljubicic, o con le braccia al cielo sulla Rod Laver Arena nel 2015, dopo che Andreas Seppi ha infilato il passante vincente contro Roger Federer; oppure ancora con Milos Raonic, Jannik Sinner, e tutti gli altri campioni che in carriera hanno affidato il ruolo di coach a suo padre Riccardo. Ma la foto scattata domenica a Zahra, in Kuwait, ha un significato diverso da tutte le altre. Perché, per una volta, i ruoli si sono invertiti: non è Rocco a essere lì grazie a papà Riccardo, ma Riccardo a essere lì grazie al figlio Rocco, dopo averlo accompagnato – dagli spalti – verso la sua prima finale in singolare fra i professionisti, in un torneo ITF da 15.000 dollari di montepremi.
Un passaggio che testimonia la crescita del giovane classe 2004, che nel ranking dei “pro” ha trovato posto già da tre stagioni abbondanti, ma solo ora, dopo aver concluso l’università (tre anni di sport management a Monte-Carlo), è determinato a dedicare sempre più tempo alle ambizioni professionistiche. “La mia – racconta Rocco – è stata una grande settimana. Ho iniziato la stagione con tanta fiducia, sulla scia dei buoni risultati di fine 2025, e sono felice di aver raggiunto così presto la mia prima finale”.
Ce l’ha fatta dopo essere partito dalle qualificazioni, con sei vittorie, varie battaglie e anche un match-point cancellato, ai quarti al tedesco Noah Thurner. A fermarlo, in finale, solo il compagno di allenamenti – e di trasferta – Manas Dhamne, indiano classe 2007 che ha tutta l’aria di essere pronto a diventare l’ennesima scommessa vinta da coach Piatti. “A livello di gioco non è stata una partita indimenticabile – spiega ancora Rocco, battuto per 7-5 6-3 –, perché Manas è uno dei miei amici più stretti, dunque l’emozione per la prima finale è stata ulteriormente amplificata. Lui ha più esperienza di me in certi incontri, li sa gestire meglio e l’ha fatto. La differenza è stata lì”.
L’altra differenza, quella che gli ha permesso di vivere la miglior settimana in carriera, l’ha fatta invece la presenza di papà, o la capacità del figlio di metterne in pratica le dritte come mai prima. “Lui sa leggere le partite alla perfezione – continua Piatti junior – e io sono stato bravo a cercare di seguire i suoi consigli. Non è sempre semplice riuscire a fare tesoro di certi suggerimenti, ma papà mi conosce meglio di chiunque altro, sa come reagisco nei momenti delicati e trova le parole giuste per motivarmi. Poter viaggiare con lui è una grande fortuna: lo faremo sempre di più, perché fa piacere a entrambi”.
Ma che giocatore è, Rocco Piatti? “Faccio molto affidamento sul servizio, ma è un’arma che posso rendere ancora più incisiva. Ho un buon rovescio a una mano, e da questo non potevo proprio sottrarmi, visti certi giocatori passati da papà (l’allusione è a Ivan Ljubicic e Richard Gasquet, grandi interpreti del colpo, ndr), ma il mio colpo migliore è sicuramente il diritto. Però riesco a costruire il gioco con entrambi i fondamentali, non ho un vero e proprio colpo più debole dell’altro. Di sicuro posso migliorarli tutti, così come crescere sulla tenuta fisica”. Le sei partite vinte in sette giorni in Kuwait dicono che le basi atletiche ci sono, e lasciano in eredità un bel balzo nel ranking mondiale. Lunedì Rocco scalerà circa 500 posizioni in un colpo solo, portandosi vicino alla posizione numero 1.125.
“Ma – dice lui – non è la classifica migliore a darmi maggiori stimoli, quanto i progressi. In Kuwait ho capito tante cose su me stesso, sul mio tennis e la tenuta mentale. Ho ricevuto tanti input positivi, che mi fanno credere di essere sulla strada giusta. Ciò non significa che otterrò subito altri risultati simili, ma che se riesco sempre a giocare come so, facendo le cose giuste, le soddisfazioni arrivano. L’importante è lavorare per tenere sempre un certo rendimento, partita dopo partita”.
Oltre a respirare tennis sin dalla culla (ma nel vero senso della parola: il suo primo pass per un torneo ATP risale a quando aveva due mesi), Rocco Piatti ha visto dalla prima fila lo sviluppo di tanti giocatori, sin da prima della nascita del Piatti Tennis Center. “Crescere a fianco di certi campioni è stato un grande stimolo – spiega –: ho visto mio padre lavorare con tanti tennisti fortissimi, da Sinner in giù. Sono stato molto fortunato e ho visto dei progetti nascere e svilupparsi passo dopo passo. Ho la prova del funzionamento di ciò che viene proposto”.
Del resto, nel tennis parlano i risultati e suo padre di risultati se ne intende come pochi. Eppure, nella sua carriera eccezionale fatta di titoli nei Masters 1000, ATP 500 e 250, e anche Challenger, a Riccardo Piatti non era mai capitato di vincere da allenatore un torneo ITF. “Mi sarebbe piaciuto tanto riuscire a regalargli io questa soddisfazione – racconta ancora Rocco –, ma è arrivata ugualmente, grazie a Manas. Sono felice per lui: da quando è arrivato in Italia, ormai cinque anni fa, abbiamo praticamente vissuto insieme, ho trascorso tantissimo tempo con lui. È una persona d’oro e un giocatore dalle potenzialità enormi. È conscio del suo talento, ma pensa sempre e solo a migliorarsi. I risultati che sta ottenendo, a 18 anni compiuti da poco, parlano per lui. Papà? Era comunque orgoglioso, così come mamma che era con noi in Kuwait. Mi auguro che l’occasione di vincere un titolo insieme a lui possa ricapitare: lavoriamo per questo, con l’obiettivo di riuscire a giocare sempre più partite”.
Riempita anche la casellina ITF, ora a papà Riccardo manca davvero soltanto un titolo Slam. E se glielo regalasse proprio il figlio? “Naturalmente il sogno c’è, ma vedo ottime possibilità anche con tanti dei giocatori che si allenano con noi a Bordighera. Sarebbe la ciliegina sulla torta di una carriera straordinaria: papà se lo meriterebbe”. Per una volta, pensarla diversamente è proprio impossibile.
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