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Campioni internazionali

Wawrinka, il manifesto del provarci sempre: "Lascio il tennis senza rimpianti"

Lo svizzero ha giocato contro Lehecka a Basilea la sua ultima partita in carriera. E' stato numero 3 del mondo, ha vinto tre Slam e un Masters 1000. Lascia di sé l'immagine di un campione rispettoso e appassionato del gioco che ha sempre cercato di battersi al meglio, nel rispetto di sé, degli avversari, dei tifosi

| 28 ottobre 2026

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Ha scelto il torneo di casa per dire addio al tennis, Stan Wawrinka. Lo svizzero chiude la carriera dopo 590 partite vinte e tre titoli Slam, con una certezza: "L'unico modo in cui puoi lasciare questo sport - ha detto all'ATP - è senza alcun rimpianto".

Prima di quel che è diventato il suo ultimo match in carriera, perso contro il ceco Jiri Lehecka, si è allenato con Novak Djokovic. Gli hanno dedicato una standing ovation da brividi e un’opera d’arte. Hanno invitato a cantare per lui Bastian Baker, 35enne interprete di Losanna con l'aria dell'eterno ragazzo che ha già alle spalle oltre 10 anni di carriera e 2000 concentri in cinque continenti, dove ha portato le sue coinvolgenti canzoni folk. "Cosa farò dopo? Andrò a sciare, poi solo fondue, raclette e vino" ha detto in una cerimonia organizzata lunedì, con quel suo modo così peculiare di restituire l'essenza della normalità che serve per compiere le imprese eccezionali. 

In 25 anni di attività nel circuito professionistico, ha lasciato una traccia che va oltre i risultati, anche oltre il rovescio a una mano, che ha trasformato da elegante simbolo di un gusto classico a moderna esibizione di forza e potenza senza nulla perdere in armonia del gesto. Il suo è un esempio di passione, dedizione, determinazione.

 "I miei genitori mi hanno insegnato a lottare con passione, impegno, determinazione e soprattutto con integrità e onestà. Mi hanno sempre insegnato a battermi per quello in cui credo, e credo che tutti nel tennis dovrebbero sposare questi valori" scriveva in una lettera aperta al Times nel 2019. "Il tennis è uno sport egoistico e chiaramente siamo tutti concentrati sui nostri interessi individuali. Ma è importante che chiunque abbia un ruolo pubblico diventi un esempio di valori positivi: onestà, fiducia, amicizia. Abbiamo una responsabilità: essere il meglio che possiamo". 

A questo obiettivo si è dedicato per ogni singolo giorno della sua storia sportiva. Se l'è anche tatuato, scegliendo una delle frasi più conosciute di Samuel Beckett, diventata celebre anche se non compresa nel suo senso originario: "Ever tried. Ever Failed. No Matter. Try again. Fail again. Fail better". Ovvero "Ho provato sempre. Ho sempre fallito. Non importa. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio". Fa parte di "Worstward Ho!", racconto del 1983 che già dal titolo, un gioco di parole che potremmo tradurre con 'A tutta verso il peggio', testimonia un pessimismo radicale. Per Beckett il fallimento non è un incidente di percorso o un ostacolo temporaneo prima del successo, ma una condizione umana inevitabile.

Nel tempo, questa frase è diventata qualcosa d'altro, portata fuori dal lato oscuro del paesaggio beckettiano, dall'impossibilità di uscire da un percorso di fallimento, ma solo di attraversarlo in modo più profondo e consapevole. Si è trasformata in una motivazione all'auto-miglioramento. Ovvero a convincersi che, come ha detto nel 2015 un'icona del basket come Kobe Bryant, pur senza citare direttamente Beckett, "se fallisco lunedì, imparo qualcosa e ci riprovo martedì, ci riprovo mercoledì. L'unico modo per cui fallire lunedì sia davvero un fallimento è decidere di non progredire".

Stan Wawrinka con il trofeo dell'Australian Open 2014, il suo primo Slam in carriera (Getty Images)

Stan Wawrinka con il trofeo dell'Australian Open 2014, il suo primo Slam in carriera (Getty Images)

Ecco, in questo c'è il senso della storia di Wawrinka. Perdere e non mollare è il senso dello sport, è vero, ancor di più del tennis in cui in ogni partita chi perde vince in media quasi la metà dei punti giocati, in cui in ogni torneo uno solo alza il trofeo e altri 28, 31, 47, 55, 63, 95, 127 (a seconda dell'ampiezza dei tabelloni) tornano a casa sconfitti. E la settimana dopo sono in campo di nuovo, a cercare di giocare meglio, di battere un avversario con una classifica migliore del giocatore che li ha sconfitti la settimana prima, di andare un turno più in là. 

Un messaggio vivo oggi come allora. Basta guardare le lacrime nascoste a stento nell'asciugamano di Martin Landaluce, ventenne spagnolo arrivato a un punto dalla vittoria contro Alexander Zverev a Vienna, sconfitto dopo oltre tre ore di partita con non pochi rimpianti.

Una settimana fa, proprio contro lo spagnolo di 21 anni più giovane, a Lione, dopo un altro match durissimo, Wawrinka ha ottenuto l'ultima delle sue 590 vittorie ATP in carriera. E' tornato in campo, ci ha provato ancora, ha fallito ancora, ha fallito meglio. Ci riproverà.

Stan ha attraversato il circuito, nei suoi anni migliori, quando lo sguardo verso l'orizzonte della vittoria era oscurato dalla presenza di quattro assi pigliatutto, i Fab Four: Novak Djokovic, Roger Federer, Andy Murray e Rafa Nadal. Le sconfitte negli scontri diretti non si sono mai trasformate in rassegnazione, tanto che è uno dei soli quattro giocatori ad averli battuti tutti, almeno una volta, negli Slam, che vuol dire in match al meglio dei cinque set, la sfida più dura, la prova delle prove.

Il suo lungo viaggio è iniziato nel 2001, quando ha esordito in un Future battendo lo spagnolo Jorge Jimenez-Letrado. Nel 2003 ha giocato il suo primo match in Coppa Davis e vinto il Roland Garros junior, in finale contro Brian Baker, talento poi fermato da una lunghissima serie di infortuni.

Nel 2006 ha vinto il primo dei suoi 16 titoli ATP in singolare, a Umag, beneficiando del ritiro di Novak Djokovic in finale. I successi di maggior prestigio restano i tre Slam: Australian Open 2014, Roland Garros 2015 (edizione ricordata anche per i pantaloncini a quadri), US Open 2016. In tutte le tre finali, ha battuto l'allora numero 1 del mondo. Ha sconfitto Nadal a Melbourne, Djokovic a Parigi e New York: complessivamente vanta 5 vittorie contro un numero 1 ATP in carica.

Tifosi di Stan Wawrinka (Getty Images)

Tifosi di Stan Wawrinka (Getty Images)

Wawrinka non ha mai iniziato un torneo pensando di vincerlo, ma non ha mai affrontato nessun avversario con l'idea di non poterlo battere. Succede anche contro Djokovic nei quarti dell'Australian Open del 2014, preludio al suo primo titolo Slam.

"Giocare la finale contro Nadal è stato molto più facile rispetto alla semifinale contro Berdych. Ero davvero emozionato, in senso positivo. Non ero affatto nervoso. Sapevo di stare giocando il mio miglior tennis. Anche se avessi perso la finale contro Rafa, sarebbe stato comunque un torneo straordinario" ha raccontato a Nothing Major Podcast in occasione del suo 40mo compleanno. Anche se, alla luce dei problemi alla schiena sofferti da Rafa durante la finale, un po' di tensione man mano che sentiva avvicinarsi l'obiettivo di sollevare il trofeo, l'ha sentita eccome. Quella resta la sua unica vittoria contro Nadal in uno Slam.

Dopo quel successo ha conquistato anche l'unico Masters 1000 della sua carriera, a Monte-Carlo, in finale contro Roger Federer, che ha sconfitto una sola volta negli Slam, nei quarti di finale del Roland Garros 2015. Nei turni successivi, con i pantaloncini a quadri a loro modo iconici, ha superato Jo-Wilfried Tsonga e Djokovic, conquistando il suo secondo titolo del Grande Slam.

Un anno dopo, a 31 anni, mette a segno la sua impresa più memorabile, il suo terzo major, ancora in finale contro Djokovic. Prima di scendere in campo è molto teso, e chiede consiglio al suo coach, Magnus Norman. "Mi sentivo molto stressato, non è il modo migliore di avvicinarsi a una finale. Ho avuto una bella conversazione con Magnus, che mi ha aiutato moltissimo a superare quel momento, a concentrarmi sul presente e a non pensare troppo al risultato finale" ha detto a Nothing Major Podcast.

Lo svedese, che l'ha seguito fino al 2020, e poi di nuovo dal 2022 fino a fine carriera, ha sottolineato la personalità, il carattere, il modo di essere di "Stan the Man". "È semplicemente una persona con cui ti viene voglia di uscire a bere una birra, e credo che sia proprio per questo che è così amato in tutto il mondo - ha dichiarato Norman ad ATPTour.com - Parlando con tutti i suoi colleghi del circuito, nessuno ha qualcosa di negativo da dire su Stan. Tratta tutti allo stesso modo, che si tratti dell'autista, della donna delle pulizie dell'hotel, dei raccattapalle o del numero uno del mondo. Per Stan non fa davvero alcuna differenza. Tratta tutti allo stesso modo".

Ha trattato con rispetto fino all'ultimo soprattutto il tennis, lo sport a cui ha dedicato la prima parte della sua vita. Quest'anno all'Australian Open ha sconfitto il serbo Laslo Djere e il francese Arthur Gea. A 40 anni, è diventato il più anziano giocatore al terzo turno di uno Slam in singolare maschile dal 1978, quando ci riuscì il 44enne Ken Rosewall sempre all'Australian Open.

Fino all'ultimo giorno, fino all'ultima partita, fino all'ultimo punto, è stato fedele a se stesso, a quell'ideale scritto sulla pelle, all'unico modo per lui possibile di vedersi come uomo e giocatore. "Tutto quello che volevo era dare tutto, in ogni incontro, lottare sempre e non avere rimpianti. Rispettare me stesso, l'avversario, il torneo, i tifosi. Tutti". Una missione straordinariamente compiuta.

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