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Per 'La Monf' il campo è stato un palcoscenico, un luogo dove esibire il tennis come spettacolo di varietà, non come esercizio fisico o tecnico finalizzato (esclusivamente) al successo. E proprio per questo approccio così particolare, un'uscita di scena come quella che sta maturando diventa più difficile da sopportare
Cristian Sonzogni | 24 ottobre 2026
La vita sa essere sorprendente, in vari modi. Gael Monfils ha passato la sua carriera a cercare di far divertire il pubblico, divertendo – nel frattempo – pure se stesso. Ha vissuto da showman, prima ancora che da giocatore di tennis. Ha vissuto in modo poco convenzionale, se pensiamo ai campioni-robot che sono passati dai campi negli ultimi vent'anni.
Eppure Gael, nel momento di chiudere questo percorso così sfavillante, è stato costretto a farlo quasi in silenzio. Quasi di nascosto. Chiuso nell'ansia dei propri pensieri, nei propri dolori e nella difficoltà di una situazione – la separazione dalla moglie Elina Svitolina – che ha messo il tennis sullo sfondo.
Un confronto stridente, innaturale, tra quello che Monfils è stato e quello che il francese lascia in eredità come sua ultima memoria da giocatore, a 40 anni. Una sensazione di scollamento, quasi di ingiustizia, che ci ricorda come siano davvero poche le cose che possiamo controllare. Gael è stato, al suo meglio, numero 6 al mondo. Ha incassato 25 milioni di dollari di soli premi e ha vinto 13 titoli del Tour, arrivando per due volte alle semifinali di uno Slam.
Che sia tanto o sia poco, per uno come lui, è difficile da stabilire. Perché parliamo di un talento che non si può rinchiudere nella gabbia dei risultati e dei numeri. La verità è che per La Monf il campo è stato un palcoscenico, un luogo dove esibire il tennis come spettacolo di varietà, non come esercizio fisico o tecnico finalizzato (esclusivamente) al successo. E proprio per questo approccio così particolare, un'uscita di scena come quella che sta maturando diventa ancora più difficile da sopportare. Forse più per i tifosi – tanti – che lo hanno accompagnato, piuttosto che per lui.
Mentre l'ormai ex moglie Svitolina destinava ai social i suoi motivi per la separazione, Gael è rimasto in silenzio. È intervenuto – sempre via social – solo dopo che Elina era stata attaccata in modo scomposto, e lo ha fatto per difendere la madre della piccola Skai. Qualche riga che trasuda sofferenza ma pure orgoglio e carettere: “Elina – scrive Monfils – non doveva alcuna spiegazione a nessuno, eppure ha deciso di aprirsi e di spiegare le sue ragioni, in un modo che a qualcuno non è piaciuto. Queste critiche le trovo poco gentili, a dire nulla...”. E ancora: “Elina ha le sue battaglie da combattere, come io ho le mie. Continueremo a rispettarci e supportarci, specialmente come persone che condividono una figlia”.
In poche ore sono arrivate 144 mila persone a manifestare, con un like, il loro sostegno. Al transalpino ma più probabilmente a una coppia che era entrata nell'immaginario dei tifosi come qualcosa di solido, robusto, quasi ideale. Resistente alle difficoltà della vita da professionisti e soprattutto resistente alle ferite della guerra in Ucraina e di un mondo complicato da comprendere e da vivere, anche all'interno della bolla dorata – non per questo esente dal dolore – del circuito.
Gael non ha organizzato dunque alcun Tour di addio, non ha giocato a Lione e non giocherà a Parigi, non ha organizzato quei saluti che ormai sono prassi comune, per coloro che lasciano dopo una carriera del genere. Non ci sono stati applausi e standing ovation, non lacrime pubbliche e inchini. È rimasto solo quello che di un ritiro fa più male: l'assenza. Il cambiamento che in qualche modo rappresenta sempre un trauma, per chi da bambino ha fatto soprattutto una cosa: inseguire palline gialle sui campi di mezzo mondo.
Eppure, quando il rumore si sarà abbassato e questa fase complicata della sua vita avrà trovato un nuovo equilibrio, resterà tutto il resto. Resteranno i recuperi impossibili, le scivolate (anche sul cemento), i salti, le smorzate improvvise, le accelerazioni senza apparente preparazione. Resteranno quei momenti in cui Monfils sembrava giocare un altro sport, o forse semplicemente interpretava il tennis in una lingua tutta sua. Resterà soprattutto la sensazione che con lui potesse succedere qualcosa in qualsiasi momento, anche quando il punteggio sembrava aver già deciso la direzione di una partita.
È questa, probabilmente, la misura più corretta della sua carriera. Non quanto abbia vinto, ma quanto sia rimasto nella memoria di chi lo ha visto. Monfils non ha costruito un impero, non ha collezionato Slam, non ha governato un'epoca. Ma ha lasciato immagini che il tempo difficilmente cancellerà. E non è poco, in uno sport che tende a ricordare prima di tutto chi solleva i trofei.
Magari un giorno arriverà anche l'addio pubblico che questa volta gli è mancato. Un campo pieno, la gente in piedi, qualche lacrima e quel sorriso largo che per vent'anni è stato quasi un marchio di fabbrica. Sarebbe giusto. Perché Gael Monfils non merita che l'ultima fotografia della sua carriera sia quella di un uomo costretto a chiudersi nel silenzio. Il tennis lo ha sempre giocato per farsi vedere, per divertire e divertirsi. E noi lo abbiamo guardato volentieri proprio per questo: perché ogni tanto riusciva a ricordarci che, prima dei numeri e dei trofei, tutto questo era (ed è) ancora un gioco.