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Djokovic verso Torino, un amore ricambiato

Il serbo ha vinto il torneo di fine stagione sette volte, più di chiunque altro. Il primo successo risale al 2008, quando il Masters si giocava ancora a Shanghai (di nuovo, la Cina...). Poi sono arrivati i quattro titoli consecutivi tra il 2012 e il 2015, impresa mai riuscita ad altri, e infine la doppietta di Torino nel 2022-2023

07 ottobre 2026

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Novak Djokovic ha rimesso Torino nel mirino. Il titolo conquistato a Pechino, il settimo della carriera al China Open e il numero 102 complessivo, non vale soltanto per aggiornare una collezione già sterminata. Vale soprattutto 500 punti pesantissimi nella Race e un balzo di sei posizioni, dal quindicesimo al nono posto. Oggi il serbo è a quota 2.840, appena fuori dalla top 8 formale ma, di fatto, dentro il campo delle Nitto ATP Finals: Jannik Sinner, secondo con 7.950 punti, ha infatti chiuso anticipatamente la stagione per il problema al ginocchio e non sarà a Torino.

La situazione, quindi, è in evoluzione e tutt’altro che definita. Davanti a Djokovic ci sono Daniil Medvedev, ottavo con 3.030 punti, Arthur Fils a 3.285, Frances Tiafoe a 3.340, Flavio Cobolli a 3.540 e Ben Shelton a 4.440. Più in alto, Alexander Zverev e Carlos Alcaraz hanno già staccato il pass. Dietro, però, Alex de Minaur incombe a 2.690: appena 150 punti separano l’australiano da Novak. E subito sotto restano in corsa Rafael Jodar, Taylor Fritz, Jakub Mensik, Tommy Paul e Felix Auger-Aliassime. Con Shanghai, Parigi e gli ultimi ATP 500 ancora da giocare, il margine è troppo piccolo per dare qualcosa per scontato.

Proprio per questo Pechino può diventare uno snodo decisivo. Djokovic arrivava dalla parte peggiore della sua stagione: eliminato all’esordio sia a Cincinnati sia agli US Open, aveva perso terreno proprio mentre la Race cominciava a entrare nella fase calda. In Cina ha cambiato completamente passo, battendo nell’ordine avversari di livello altissimo come Zverev, Medvedev e de Minaur e allungando a 34-0 il proprio record perfetto al China Open. Il titolo gli ha restituito punti, fiducia e soprattutto centralità nella corsa verso novembre.

Per Djokovic, d’altronde, parlare di Finals significa parlare di casa. Il serbo ha vinto il torneo di fine stagione sette volte, più di chiunque altro. Il primo successo risale al 2008, quando il Masters si giocava ancora a Shanghai (di nuovo, la Cina...). Poi sono arrivati i quattro titoli consecutivi tra il 2012 e il 2015, impresa mai riuscita ad altri, e infine la doppietta di Torino nel 2022-2023. Proprio in Piemonte ha prima raggiunto Federer a quota sei trofei e poi lo ha superato, battendo Jannik Sinner nella finale del 2023.

Djokovic verso Torino, un amore ricambiato

Il rapporto con il torneo va però oltre i titoli. Djokovic si è qualificato 18 volte, eguagliando Federer per numero di qualificazioni, e nel 2025 aveva raggiunto il campo prima di ritirarsi per un problema alla spalla, lasciando spazio a Lorenzo Musetti. Il suo bilancio complessivo alle Finals è di 50 vittorie e 18 sconfitte. Numeri che spiegano quanto il torneo gli sia sempre stato congeniale: superfici indoor, tabellone ridotto agli otto migliori e necessità di alzare immediatamente il livello, senza i turni di rodaggio dei grandi eventi.

Quest’anno, però, per arrivarci ("Quest'anno voglio essere a Torino", le sue parole) dovrà prima sopravvivere a una Race molto più intensa di quanto accaduto nelle stagioni precedenti. Il forfait di Sinner abbassa di fatto la soglia utile di una posizione, ma non regala nulla. Djokovic oggi sarebbe dentro, ma con un solo inseguitore capace di superarlo anche con una buona settimana da 250 o con un quarto di finale importante in un Masters 1000. De Minaur (pure lui alle prese con un infortunio) è il pericolo più vicino, Fritz e Jodar possono ancora inserirsi, mentre Medvedev è abbastanza vicino da poter essere raggiunto dallo stesso Novak già nelle prossime settimane.

Djokovic verso Torino, un amore ricambiato

Il vantaggio di Djokovic è che, quando vede un obiettivo, raramente lo tratta come qualcosa di secondario. Torino a questo punto per lui vale uno Slam. Lo raccontano i sette titoli, il fatto che abbia vinto due delle quattro edizioni disputate fin qui in Piemonte e una storia iniziata quasi vent’anni fa, quando nel 2007 si qualificò per la prima volta da ventenne. Adesso ha quasi 40 anni, 102 titoli e un’altra corsa da completare. Pechino gli ha rimesso il traguardo davanti agli occhi. Il resto, da Shanghai in poi, sarà una questione di punti e di dettagli. E per tutti quelli che lo inseguono, anche di nervi.

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