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Per Giampaolo Coppo, lauree in filosofia e psicologia nel cassetto, da sempre interessato alle neuroscienze, allenare significa soprattutto creare le condizioni perché il giocatore trovi le proprie soluzioni. E Guerrieri, oggi, sembra aver trovato le sue
Cristian Sonzogni | 20 settembre 2026
Andrea Guerrieri ha impiegato tempo per trovare la propria strada. Tanto tempo, almeno secondo i parametri tradizionali del tennis professionistico. Poi, quasi improvvisamente, qualcosa si è acceso: i risultati, la classifica, l’ingresso nei tornei più importanti, fino al main draw degli Us Open. Ma dietro una crescita che dall’esterno può sembrare repentina c’è un percorso lungo, fatto anche di un ritorno alle origini. A raccontarlo è Giampaolo Coppo, 74 anni, uno degli allenatori italiani di maggiore esperienza, passato nella sua carriera al fianco di giocatori e giocatrici come Davide Sanguinetti, Vincenzo Santopadre, Stefano Galvani, Mara Santangelo.
Con Guerrieri ha lavorato negli ultimi anni insieme a Riccardo Maiga, cercando soprattutto di restituirgli una dimensione di gioco che, secondo Coppo, il tennista emiliano possedeva già da bambino. Non si tratta soltanto di tecnica. Per il coach romano, lauree in filosofia e psicologia nel cassetto, da sempre interessato alle neuroscienze, allenare significa soprattutto creare le condizioni perché il giocatore trovi le proprie soluzioni. E Guerrieri, oggi, sembra aver trovato le sue.
Quando ha iniziato a lavorare con Andrea, che giocatore ha trovato?
"Lavoro con lui da circa tre anni, insieme a Riccardo Maiga. Quando l’ho visto mi aveva colpito una cosa: dalla parte del rovescio giocava completamente sopra la palla, aveva una prospettiva molto bella di gioco. Dal lato del diritto, invece, secondo me non aveva la stessa logica. Era quasi come se avesse due prospettive di tennis differenti. Mi sono informato su come giocava da bambino, a dieci o dodici anni, e ho scoperto che stava molto vicino alla riga e giocava tanto sopra la palla. Così, insieme a Riccardo, abbiamo cercato progressivamente di creare le condizioni perché si riavvicinasse a quella posizione e, in qualche modo, 'ricordasse' il giocatore che era stato da ragazzo".
Andrea Guerrieri (foto Serafini)
Quindi, in un certo senso, avete cercato di recuperare un talento che il percorso successivo aveva un po’ nascosto?
"È una possibile lettura. Mi era già successo qualcosa di simile con Stefano Galvani. A volte, durante la crescita, chiediamo ai ragazzi di non sbagliare, di diventare solidi, di eseguire bene i colpi. Tutto giusto. Però può succedere che, nel perseguire la solidità, si perda qualcosa del talento originario. Con Andrea per me è stato molto utile capire come giocava da bambino e rimetterlo più vicino alla riga. Poi lui è diventato anche più curioso. All’inizio lo era meno di oggi".
Ha pensato subito che potesse arrivare a questo livello, top 200 Atp e oltre?
"Io non mi pongo quasi mai il problema di dove possa arrivare un giocatore. Mi chiedevano la stessa cosa anni fa con Mara Santangelo: era lenta di piedi e tutti mi domandavano fin dove sarebbe potuta arrivare. La mia idea è sempre stata un’altra: capire in quella settimana che cosa possiamo migliorare. È lo stesso principio che cerco di trasmettere ai giocatori. Non penso: 'Questo può arrivare qui'. Mi interessa capire come farlo migliorare. Anche se allenassi un 3.1, per me sarebbe la stessa cosa: se c’è passione e sento una responsabilità nei suoi confronti, il mio lavoro è provare a renderlo migliore. Andrea, secondo me, è ancora a metà del guado. Le cose positive che aveva già mostrato a Bergamo nel novembre 2025 oggi sono diventate molto più evidenti. E devo ancora rivederlo dopo tutta la trasferta americana, che io non ho fatto. È stato via oltre un mese e sicuramente avrà metabolizzato altre esperienze. Per me ha ancora margini molto importanti di crescita".
Il salto di qualità sembra essere arrivato soprattutto sul piano della fiducia. Lui stesso ne parla spesso.
"Sì, ma bisogna capire che tipo di fiducia. Andrea ha cominciato a rendersi conto di possedere un grandissimo timing e anche una notevole capacità mentale. Noi abbiamo fatto molto lavoro che potremmo chiamare di meditazione, anche se io cerco di non definirlo così per evitare aspettative strane o... diciamo mistiche. Io pratico meditazione da cinquant’anni e ho trasferito alcune di queste cose praticamente a tutti i miei giocatori. Andrea è una delle persone che si è legata maggiormente a questa logica. Può capitargli una fase nella quale gioca male, ma invece di pensare 'oggi non mi entra niente', riesce a restare lì. E grazie a questa capacità ha recuperato delle partite incredibili".
Gli Us Open sono stati il suo primo Slam in tabellone, che esperienza è stata?
"All’inizio mi sembrava spaesato, soprattutto nel primo set contro De Minaur. Faceva fatica a trovare il ritmo. Però è rimasto lì. Poi, appena è riuscito a tornare maggiormente a colpire sopra la palla, ha giocato una risposta di rovescio bellissima nel game in cui è riuscito a fare il break. E si è rimesso in gioco subito. Questa è una dote molto grande che gli riconosco. E soprattutto lui sta cominciando a sapere di possederla. Anche questo fa parte della fiducia".
La sua, però, non sembra una fiducia euforica e cieca. È molto equilibrato anche quando parla.
"Esatto. È una persona molto centrata, ma allo stesso tempo brillante. Non è un 'soldatino'. È diverso. Ho avuto altri giocatori che, dopo essersi qualificati per uno Slam, magari tendevano comprensibilmente a esaltarsi un po’, a telefonare a tutti, a sentirsi arrivati. Andrea invece è molto bravo a restare sul pezzo. La sua non è la fiducia di uno che pensa 'adesso spacco tutto'. È qualcosa di molto più stabile".
Oggi Guerrieri rappresenta anche un esempio per tanti giocatori di 22, 23 o 24 anni che sono ancora lontani dall’alto livello. Dimostra che si può arrivare più tardi.
"Sì, ed è una bella storia. Andrea era stabilizzato da diversi anni più o meno attorno alla stessa zona di classifica, 500 o giù di lì. Poi ha trovato questa strada. Credo che possa essere importante anche per altri ragazzi: dimostra che si può continuare a lavorare, aspettare, costruire. Che non esiste necessariamente un’età precisa entro la quale devi essere arrivato al tuo massimo livello".
I 27 anni di oggi, peraltro, nel tennis sono diversi dai 27 anni di qualche decennio fa. Concorda?
"Forse è cambiata anche la mentalità, ma io ho avuto giocatori longevi anche tanti anni fa. Dipende moltissimo da come viene gestito il fisico e da come viene gestita la testa. Io credo che più sei 'centrato', più anche il corpo diventa intelligente. Chiaramente possono esserci problemi e non sappiamo che cosa succederà tra tre mesi o tra un anno, ma oggi Andrea lo vedo con tutti i margini del mondo per salire ancora".
Il suo modo di lavorare sembra molto legato alla persona prima ancora che al giocatore. Quanto hanno contato gli studi in filosofia e psicologia?
"Tantissimo, anche se bisogna chiarire una cosa: non ho studiato psicologia clinica per fare colloqui con i giocatori. I miei giocatori spesso non sanno nemmeno di questi miei trascorsi. In filosofia mi sono occupato soprattutto di filosofia della scienza ed epistemologia, quindi di come si costruisce una teoria scientifica. In psicologia, invece, mi sono interessato alle neuroscienze. Mi è capitato di lavorare anche con bambini con quoziente intellettivo zero, cercando modi per trasmettere loro informazioni. Questa esperienza mi ha fatto crescere enormemente".
L'esultanza di Andrea Guerrieri (Foto USTA)
Può spiegarci meglio questo aspetto?
"Come allenatore cerco di allenare il corpo. Penso che la parte più antica, più 'animale' del cervello, sia molto più intelligente di quanto crediamo. Per questo faccio molta fatica a spiegare un diritto dicendo semplicemente: 'Il diritto si fa così'. Preferisco creare una situazione che porti il giocatore a trovare una determinata soluzione. Costruisco le condizioni perché il corpo impari. Michelangelo Dell’Edera, con cui mi lega un rapporto di grande stima reciproca, mi ha chiesto recentemente di mettere per iscritto proprio questo aspetto: non tanto il mio modello tecnico, ma il modo nel quale trasmetto le informazioni. Ho provato a spiegare perché lavoro in questa maniera".
Ha lasciato anche la carriera universitaria per il tennis. Come è successo?
"Ho lavorato per anni come assistente all’università. Poi Daniele Musa, che seguivo da quando aveva dieci anni, attraversò un momento difficile. Prima lo accompagnai per due mesi d’estate a giocare tornei, poi presi un anno di aspettativa. L’anno successivo costruimmo una trasferta di nove settimane fra India e Malesia. A quel punto decisi di lasciare la carriera universitaria e seguire un'altra strada".
Ha allenato anche giocatori che poi sono diventati coach importanti. Vincenzo Santopadre, per esempio, ha spesso parlato di lei come di una figura fondamentale nella sua formazione. Che effetto le fa?
"Mi rende orgoglioso soprattutto sul piano umano. Con Davide Sanguinetti forse il rapporto è rimasto un po’ più distante, mentre con persone come Daniele Musa, Vincenzo Santopadre o Daniele Balducci il rapporto è continuato negli anni. Lavoriamo insieme, ci confrontiamo, qualche volta ci sono anche rapporti professionali. Io dico scherzando che faccio il nonno. Ma con 'nonno' intendo che esiste uno scambio molto forte. Non c’è quella gelosia che a volte può nascere fra due allenatori, perché prima c’era stato un rapporto molto profondo fra allenatore e giocatore. Il fatto che dopo tanti anni continuiamo a stare bene insieme, a lavorare e a confrontarci, significa che sono stati costruiti rapporti umani belli, preziosi. Ed è questo che mi rende veramente orgoglioso".
E sono rapporti che spesso durano moltissimo.
"Sì. Con Daniele Balducci, per esempio, ho cominciato quando Lorenzo, suo figlio, aveva sette anni. Poi Lorenzo è arrivato attorno ai primi cento del ranking Itf junior e adesso è andato negli Stati Uniti. Sono rapporti nei quali magari vado tre giorni al mese dal giocatore e lavoriamo dieci ore al giorno, però sono relazioni che durano otto, nove, dieci anni. C’è una quantità enorme di condivisione".
Andrea Guerrieri colpisce di rovescio (foto Master Group Sport)
Oggi il tennis italiano sta vivendo un'epoca straordinaria. Quanto conta l’ambiente che è stato costruito attorno ai giocatori?
"Su questo non voglio atteggiarmi a grande esperto perché negli ultimi anni sono rimasto abbastanza ai margini del sistema. Però credo che il processo venga da molto lontano. Io stesso, quando lavoravo in Federazione, seguivo il settore femminile e mentre allenavo soprattutto Mara Santangelo, e in parte Francesca Schiavone, seguivo i tornei più importanti, osservavo tutte le giocatrici italiane e cercavo di aiutare i loro allenatori. Poi Michelangelo Dell’Edera ha favorito lo scambio in maniera enorme".
Quindi uno degli elementi decisivi è stata la condivisione?
"La condivisione e, secondo me, anche la costruzione di una grande attività sul territorio. La programmazione di tantissimi tornei è stata fondamentale. Lo vedo anche nel wheelchair. Per ottenere certi risultati con i ragazzi siamo partiti anche organizzando molti tornei in Italia. Creare movimento significa creare scambi, cultura, possibilità. Non voglio presentarla come una verità assoluta, ma da ciò che ho visto credo che abbia avuto un peso enorme".
Il sistema sembra avere imparato anche a non perdere per strada chi non è già fortissimo a livello giovanile. Berrettini e Sonego sono due esempi evidenti.
"Con Sonego conosco poco la situazione direttamente, anche se Gipo Arbino (ex coach di Sonego, ndr) è un amico. Con Vincenzo (Santopadre, ndr), invece, ho condiviso tanto. Ricordo la prima volta che vidi Berrettini con lui. Erano a un 15 mila dollari a Trieste (nel 2016, ndr) e Matteo giocava contro Basso, che vinse. Dopo la partita Vincenzo gli faceva ricostruire i punti. Gli chiedeva di raccontargli che cosa fosse successo. Perché se un giocatore non si ricorda il punto, può voler dire che in quel momento non era veramente presente. È molto diverso dal limitarsi a dire: 'Stai attento'. Vincenzo cercava di creare le condizioni perché Matteo capisse da solo quando era dentro la partita e quando ne era fuori, senza semplicemente rimproverarlo. Sono valori nei quali mi riconosco moltissimo. E credo che fra loro, indipendentemente dal fatto che poi il rapporto professionale sia finito, sia rimasto un legame umano molto forte".
Torniamo al presente e a Guerrieri. Qual è il prossimo passo?
"La prima cosa da capire sarà come riuscire a lavorare bene insieme dal punto di vista logistico, perché io adesso sono tornato a Roma per motivi familiari e lui è a Foligno. Dovremo trovare una soluzione. Dal punto di vista tecnico, invece, secondo me ha imboccato tutte le strade giuste. Mentalmente, fisicamente e tecnicamente. Anche sul piano fisico sta facendo moltissimo lavoro sulla mobilità articolare ed è diventato molto più sciolto. Sono cose che ha iniziato a fare relativamente da poco, ed è anche per questo che penso ci siano ancora margini importanti. Adesso bisogna continuare, continuare e continuare. Perfezionare ogni aspetto".
Potrebbe seguirlo anche a distanza?
"Non ne sarei capace. Per il mio modo di lavorare ho bisogno della presenza fisica. Come dicevo prima, io cerco di lavorare con quella che chiamo la parte 'animale'. Per avere quel livello di coinvolgimento e di responsabilità nei confronti del giocatore, devo essere lì. Per me, o alleno in presenza una persona, oppure non la alleno davvero".